domenica 31 luglio 2011

Compilation per l'estate

Una compilation da ascoltare nella città vuota d'estate. Sigh... c'è anche un fumetto allegato:
1. Estate, di Bruno Martino (nella versione di Joao Gilberto)
2. Mi sono innamorato di te, di Luigi Tenco
3. Ritornerai, di Bruno Lauzi
4. Aria di neve, di Sergio Endrigo
5. Città vuota, cantata da Mina (in realtà è la cover di It's a lonely town)
6. Ho capito che ti amo, di Luigi Tenco (nella versione di Ornella Vanoni)
7. Te lo leggo negli occhi, di Sergio Endrigo (nella versione di Franco Battiato)
8. Innamorati a Milano, di Memo Remigi
9. Ora o mai più, cantata da Mina e scritta da Gianni Ferrio (musica) e Antonio Amurri (parole)
10. Vedrai, vedrai, di Luigi Tenco

lunedì 25 luglio 2011

mercoledì 20 luglio 2011

Un'estate in Scandinavia

Saranno le vocine quasi infantili, la leggerezza delle melodie o il ritmo festoso, ma ogni estate mi capita di avere "la fissa" per una canzoncina di un'artista scandinava (rigorosamente al femminile).
Così, se lo scorso anno (e pure quello precedente, a dire la verità) è stato quello di Emiliana Torrini (trentaquattrenne islandese dal padre italiano) e la sua Jungle Drum, questa - già me lo sento - sarà l'estate di Lykke Li.
La ragazza, il cui nome vero è Li Lykke Timotej Zachrisson - e qui tutti la ringraziamo per l'abbreviazione che ci ha concesso -, ha 25 anni ed è nata in Svezia e cresciuta tra Portogallo, Marocco, Nepal e India. All'attivo ha due album (Youth Novels del 2008 e Wounded Rhymes del 2011) e la sua musica "è un misto di pop, indie ed elettronica". La giovine si diverte anche ad inserire nei suoi lavori gli strumenti più disparati come violini, sintetizzatori, tamburelli, sassofoni e chi più ne ha più ne metta. Detto questo, le sue due canzoni candidate ad essere parte della colonna sonora della mia estate non appartengono all'ultimo album, bensì al primo e sono "Dance dance dance" e "Little bit", rispettivamente seconda e sesta traccia del già citato Youth Novels.
Se anche a voi in estate capita di lasciar perdere la musica caraibica e trovare quello che vorreste ascoltare mentre guidate per andare al mare nella musica proveniente dal luogo geografico più improbabile di tutti, non vi resta che alzare il volume e ondeggiare la testolina piena di sabbia e acqua salata.

(Nella foto, Emiliana Torrini)

martedì 19 luglio 2011

Cass McCombs

dice che sulla sua tomba farà scrivere “home at last”. se ci arriverà seguendo la rotta di questo video, sarà stato un bell’andare…


domenica 17 luglio 2011

I saw a film today, oh boy

Mentre Martin Scorsese annuncia per quest'autunno l'uscita del documentario George Harrison. Living in the Material World, ecco una lista di film fatti da o che parlano di Beatles e singoli Beatle.

1. A Hard Day's Night di Richard Lester (1964)


Prima di A Hard Day's Night, i film con le rockstar protagonisti erano davvero inguardabili. La trama tipica può essere riassunta così: "Ehi! Perché non cantiamo una canzone?" (vedi i film di Elvis). Al loro primo film, invece, i Beatles sapevano di non volere niente del genere e intervennero pesantemente nella scelta del regista e dello sceneggiatore. Il primo era Richard Lester, che i fab four conoscevano per il suo umorismo surreale e il suo lavoro sui Goonies, il secondo era Alun Owen, giornalista di Liverpool, che riuscì a riprodurre una "giornata tipo" del gruppo nel pieno della Beatlemania e soprattutto a rendere il loro senso dell'umorismo. La battuta "Come avete trovato l'America?", "A sinistra della Groenlandia" ne è un esempio classico. Mezzo secolo dopo il film non ha più il ritmo incalzante che doveva avere all'origine, ma rende abbastanza bene che cos'erano i Beatles allora. In seguito fu criticato da John per come riduceva i quattro a semplici stereotipi che poi si sarebbero portati dietro per sempre (John il cinico, Paul il rubacuori, eccetera). In ogni caso, qui i Beatles si rivelano precursori dei Monthy Piton, che anni dopo fu proprio George a far emergere.

2. Let It Be di Michael Lindsay-Hogg (1970)


Se A Hard Day's Night racconta i Beatles nella loro scalata verso il successo planetario, Let It Be li ritrae in pieno disfacimento. La scena simbolo del film è il litigio fra Paul e George per via di un assolo di chitarra. Anche se è molto gentile come litigio, fa capire che i singoli Beatle non erano più disposti a lavorare come gruppo. Paul, che tenta di prendere il comando delle operazioni, risulta un piccolo dittatore abbastanza insopportabile. Nonostante tutto, il legame di amicizia tra i quattro era ancora molto forte. Si vede nei momenti più divertenti del film: quando George aiuta Ringo a comporre Octopus's Garden (la sua seconda canzone) e quando si riuniscono per il famoso concerto sulla terrazza. Per il resto ammettiamo che Let It Be è abbastanza noioso, proprio come quando si va in sala prove da visitatori.

3. Imagine: John Lennon di Andrew Solt (1988)


Dopo lo scioglimento dei Beatles, John e George furono gli unici due a produrre cose buone anche come solisti. Per John il momento più alto arriva nel 1971 con il disco Imagine, di cui questo documentario racconta la nascita. Una delle scene più interessanti è quando John e George (invitato a suonare la chitarra sul disco) provano How Do You Sleep?, un attacco piuttosto feroce nei confronti di Paul. Frasi tipo: "L'unica cosa buona che hai fatto è Yesterday, ma da quando te ne sei andato sei solo Another Day", "Il suono che produci è 'musicaccia' per le mie orecchie, devi aver imparato qualcosa in tutti quegli anni"... e così via. Non molto tempo dopo John sminuì l'importanza di questo testo, e questo ci dice qualcosa su come nascevano le sue canzoni. John infatti credeva nella casualità, e su questo fondava il suo processo creativo. Questo significa che se, come in questo caso, la rabbia era l'emozione che lo spingeva a scrivere una canzone, quell'emozione doveva essere preservata, al di là delle conseguenze.

4. The Beatles Anthology di Geoff Wonfor e Bob Smeaton (1995)
Anche se è il documento più completo e istruttivo sulla storia dei Beatles (sono 5 dvd!), l'Anthology è per me una visione tristissima. Perché John non c'è, ed è troppo forte la sensazione che gli altri tre siano lì solo per i soldi.

5. Across the Universe di Julie Taymor (2007)


Lo spirito che manca all'Anthology è invece presente in questo musical, e devo dire che non l'avrei mai detto. Eppure è impossibile guardarlo senza sentirsi pieni di voglia di fare e "innamorati". In breve Across the Universe è una cronaca degli anni '60 fra l'Inghilterra e l'America, seguendo la storia d'amore fra Jude, operaio di Liverpool, e Lucy, ragazza di buona famiglia dell'Ohio. In mezzo ci sono le comparsate di Bono, che impersona Dr. Robert, e Joe Cocker, che canta Come Toghether. Unica avvertenza: non guardatelo con un fan dei Beatles, vi interromperà ogni due secondi per spiegarvi tutte le citazioni.

6. Lennon Naked di Edmund Coulthard (2010)


Questo è un tv-movie realizzato dalla BBC, ma è fatto bene. Si concentra sul periodo 1968-1970 e sulla fuoriuscita di John dai Beatles, dall'incontro con Yoko al primo disco da solista. È un John particolarmente arrabbiato, che sta facendo i conti col suo passato grazie al dottor Arthur Janov e alla terapia del primal scream. Però la scena in cui John ascolta Mother (una delle sue canzoni più belle) e urla in faccia al padre che anni prima lo aveva abbandonato non è affatto male. E secondo me l'attore che impersona John (si chiama Christopher Ecclestone) fa un buon lavoro.

7. Nowhere Boy di Sam Taylor Wood (2009)
Grande delusione per questo film che dovrebbe raccontare l'adolescenza di John e invece lo ritrae come un bullo spaccatutto e abbastanza antipatico. Aaron Johnson, che veste i panni del giovane Lennon, secondo me non ci sta a dire niente.

8. Backbeat di Iain Softley (1994)
Non ricordo molto di questo film. Parla del periodo 1960-1962, quando i Beatles si facevano le ossa nei locali malfamati di Amburgo ed erano molto rock'n'roll. Ma il vero protagonista è Stuart Sutcliffe, il primo bassista del gruppo, che ad Amburgo si innamorò di Astrid Kircherr, artista e fotografa. Sull'importanza di questa fase nella storia dei Beatles dovrete aspettare un po' perché sto preparando una mini-storia a fumetti, presto su questo blog.

9. Help! di Richard Lester (1965)


La seconda prova sul grande schermo dei Beatles non riesce a eguagliare A Hard Day's Night. Sempre sotto la guida di Richard Lester, Help! ha alcune scene divertenti, ma l'impressione è che attori, regista e troupe fumassero davvero troppe canne. Eppure questo film ha un merito: fu qui che George vide per la prima volta uno strumento musicale indiano, dando il via a un incontro fra culture che avrebbe coinvolto un'intera generazione.

10. Yellow Submarine di George Dunning e Dennis Abey (1968)


E anche qui le droghe non mancano, solo che sono lisergiche. Yellow Submarine ha un ritmo che oggi è difficile da sostenere: rispetto ai cartoni di oggi è l'equivalente dei Teletubbies, e forse per questo ha un effetto ipnotico. Comunque è geniale, soprattutto nella scena di Nowhere Man.

11. 1964: allarme a New York, arrivano i Beatles di Robert Zemeckis (1978)
Si racconta che quando i Beatles fecero la loro prima apparizione televisva negli Usa, all'Ed Sullivan Show, anche i ladri smisero di rubare e gli assasini di uccidere pur di vederli. Per capire quel momento di follia collettiva che fu la Beatlemania si può guardare questo film, che racconta il fenomeno dal punto di vista dei ragazzini loro fans. Senza far mai vedere i Beatles. È l'esordio di Zemeckis, è prodotto da Steven Spielberg, ed è abbastanza divertente.

Altre visioni in ordine sparso
Ammetto di non aver mai visto Magical Mystery Tour, ma non è colpa mia. Dev'essere talmente brutto che tutti si guardano bene dal pubblicarlo in dvd. Non ho mai visto neanche Come ho vinto la guerra, un altro film del 1967 di Richard Lester, stavolta con il solo John (che durante le riprese, in Spagna, scrisse Strawberry Fields Forever). Ultra-citazioni beatlesiane si trovano invece nella puntata dei Simpson Il quartetto vocale di Homer e in Music Graffiti, film del 1996 diretto da Tom Hanks (che interpreta un personaggio direttamente ispirato al manager dei Beatles Brian Epstein).

sabato 16 luglio 2011

Phone Piece

Ho preso in prestito l'idea dai "frammenti" pubblicati da Yoko in Grapefruit. Alcuni sono esercizi per fare musica. Il più bello secondo me si chiama City Piece e dice: "Step in all the puddles in the city".

giovedì 14 luglio 2011

L'angolo della lettura da spiaggia - aggiunte italiane ed emiliane

Devo ammettere che dei libri segnalati nel post qua sotto ne conosco solo due su quattro, ma non li ho letti. Più e più volte mi sono trovata a sfogliarli in libreria incuriosita, ma per un motivo o per un altro non ho mai proceduto fino all'acquisto.
Il tutto, però, mi ha fatto ricordare un altro libro musicale italiano. Diciamo che più sulla musica è concentrato una "scena" di un certo periodo, e più che sull'Italia è concentrato su Bologna.
La scena di cui parlo è quella punk/oi! (bolognese, come dicevamo) di fine anni '70 e inizio '80. Così come recita la quarta di copertina, infatti, "dopo il Settantasette, le parole d'ordine del punk controculturale diedero vita inaspettatamente a un piccolo movimento integralista, sotteraneo e intelligente proprio nel cuore della città più libera e meglio governata del mondo". A raccontarlo è Riccardo Pedrini, autore e chitarrista dei Nabat (storico gruppo Oi! bolognese, per l'appunto) e parte del collettivo di scrittori Wu Ming.
Dentro ci trovate proprio tutto: dai primi concerti negli scantinati agli incontri al Disco d'Oro, dai giubbotti di pelle alla contestazione dei Clash in Piazza Maggiore nel 1980.
Sicuramente interessante per conoscere uno dei tanti lati che ha dato vita al "mito" bolognese.

mercoledì 13 luglio 2011

L'angolo della lettura da spiaggia - Pitchfork edition

Anche se può essere sembrato il contrario da qualche riferimento in un mio precedente post, io non ho quasi nulla contro Pitchfork, giuro. Anzi, come credo valga per tutti, uno dei miei passatempi preferiti è insultarli a voce alta quando – tutte le settimane – leggo le loro recensioni da 10 tondo per la band di ventenni statunitensi del momento, o per la spocchia ultraterrena con cui demoliscono dischi che io ho adorato. Mi piace anche molto scorrere le loro liste degli album migliori dell'anno/decennio/secolo/millennio e costruire grafici che seguano l'andamento delle percentuali di musica hip hop inserita per dimostrare l'apertura mentale della redazione e l'innegabile eclettismo dei loro ascolti.
Comunque non tutte le liste di Pitchfork vengono per nuocere. Ad esempio, l'ultima che hanno pubblicato mi è piaciuta sul serio e mi è anche parsa molto in linea con il sottotitolo di questo blog, per cui ve la rigiro. Si tratta dei 60 libri musicali preferiti dalla redazione: è una lista che copre più o meno tutto quello che vi viene in mente, dalla cronaca delle avventure sessuali dei Mötley Crüe all'autobiografia di Jay-Z, dalla storia del krautrock all'analisi di Let's Talk About Love di Céline Dion. In mezzo trovate anche capolavori assoluti, come Please Kill Me, una splendida storia orale del punk newyorkese, oppure una delle raccolte di scritti di Lester Bangs, o anche il libro di Ian MacDonald – particolarmente caro al nostro redattore capo – che ripercorre tutta la carriera dei Beatles canzone per canzone.
In effetti è un'idea che mi è piaciuta talmente tanto che ho deciso di dare il mio personale contributo. Ecco quindi qualche titolo italiano, per non essere sempre così anglocentrici ché poi si diventa provinciali:

Alessandro Portelli (2004), Canzone politica e cultura popolare in America. Il mito di Woody Guthrie, DeriveApprodi.

In tanti conoscono Portelli per i suoi meravigliosi lavori di storia orale, che se non avete letto dovete correre a procurarvi ORA. Alcuni forse ignorano, però, che la sua occupazione principale è quella di americanista e professore di letteratura anglo-americana, che è anche un po' il lavoro dei miei sogni, e il saggio che vi consigliamo su Woody Guthrie è infatti la sua tesi di laurea risalente al 1973 o giù di lì. È un bellissimo libro e permette anche al profano di avvicinarsi all'opera di uno dei più influenti cantautori della storia della musica statunitense, se non il più influente di tutti, fornendo anche un'importante cornice storico-politica del mondo in cui Guthrie si muoveva e che ha cantato per tutta la vita. Per un ulteriore approfondimento si consiglia anche vivamente l'ultimo libro di Portelli, America profonda (Donzelli Editore).

Oderso Rubini e Andrea Tinti (2009), Non disperdetevi. 1977-1982 San Francisco, New York, Bologna. Le città libere del mondo, Shake Edizioni.

I bolognesi (anche di adozione) si dividono in due grandi categorie: quelli secondo cui il '77 è stata la fine di tutto e quelli per cui è stato il mitologico inizio. Qualsiasi sia la vostra prospettiva, è sicuramente un anno di cui vale la pena sapere qualcosa, e questo libro vi fornisce tutti gli strumenti per avvicinarvi alla caotica e prolifica scena artistica e musicale dell'epoca: documenti, testimonianze dei protagonisti, fotografie e ritagli di giornale. Il sottotitolo è leggermente altisonante ma efficace, e infatti quando l'ho regalato ad una coppia di amici che vive in California si sono messi a ridere ma gli è anche piaciuto molto.


Eddy Anselmi (2009), Festival di Sanremo. Almanacco illustrato della Canzone Italiana, Panini.

Altro ottimo prodotto Made in Bologna. Una sorta di instant classic, questo Almanacco scritto da un vero esperto – già fondatore di festivaldisanremo.com – si presenta da sé. Una vera enciclopedia che contiene la storia di tutto il Festivàl, e sono convinta che in ogni casa italiana dovrebbe trovarsene una copia.



Maurizio Blatto (2010), L'ultimo disco dei Mohicani, Castelvecchi.

Questo invece viene da Torino. Devo ammettere che non l'ho ancora letto, ma il booktrailer e un video degli Offlaga Disco Pax che ne recitavano un brano durante un concerto mi hanno convinto a priori. L'autore è Maurizio Blatto, proprietario del negozio di vinili torinese Backdoor, il quale ha deciso di raccogliere tutti i migliori – e peggiori – aneddoti che hanno costellato la sua carriera di spacciatore di musica. Alcuni sono veramente impensabili, davvero, Alta Fedeltà gli fa una pippa. Per completezza, vi aggiungo anche una recensione su Carmilla.


Qui mi fermo, ma sono aperta a suggerimenti. Ritenete che io abbia clamorosamente ignorato alcuni capolavori della letteratura musicale italiana distruggendo così la poca credibilità che mi ero conquistata con la foto di PJ Harvey? Non mancate di farmelo notare nei commenti!

sabato 9 luglio 2011

Cinque ipotesi sul video di Just


I Radiohead dicono che non la riveleranno mai, e molto probabilmente non c'è nulla da rivelare, però è dal 1995 che tutti continuiamo a chiederci: che cosa dice l'uomo steso per terra alla fine del video di Just? Ecco le ipotesi più diffuse sul web:

1. "Il regista ha detto che ora dobbiamo stenderci tutti a terra"
2. I numeri di Lost
3. Si tratta in realtà di un test di mercato prima di lanciare cose come subs addicted o subsfactory
4. "Down is the new up"
5. Probabilmente la stessa frase che Bill Murray sussurra a Scarlett alla fine di Lost in translation

giovedì 7 luglio 2011

di anniversari ancora freschi e cose che bisogna avere il coraggo di non nascondersi

li avevo incasellati nei peccati di gioventù. poi alla radio ascolto x caso "riders on the storm" e la pioggia lava via qualche certezza...


Diverse prospettive sul medesimo concerto di PJ Harvey


Bella foto, no? In fondo, questa foto è ben valsa il caldo tropicale ferrarese che si respirava nel punto in cui mi trovavo e la battaglia con uno sciame di zanzare proveniente dal fossato del castello. Un'altra ardua prova che ho dovuto superare per ottenerla è stata ignorare un vicino gruppo di 8 persone – ognuna delle quali incredibilmente dotata di enorme reflex con lunghissimo teleobbiettivo – che credevano forse di trovarsi ad un concerto dei Take That nel '94 e, quando non mi stavano bloccando la visuale, urlavano: “PIGEI! IU AR UONDERFUL!”, o anche “POLLI GIN! AI LOV IU!”.

Ma ce l'ho fatta. E, a proposito, concerto perfetto, voce perfetta, band perfettissima. PiGei, ai lov iu.

Polly Jean Harvey @ Ferrara sotto le stelle

vestita di bianco, ha sposato la guerra. e forse ha fatto pace con se stessa...

domenica 3 luglio 2011

Di come sono arrivata alla conclusione che avevo bisogno di scrivere un post su Elvis Costello

di eels4tea

Non so se vi siete mai trovati in balia delle vostre piccole ossessioni. Temo, in realtà, che sia capitato più o meno a tutti gli appassionati di rock/pop vissuti nella seconda metà del XX secolo. Sono infatti alcuni dei migliori osservatori delle abitudini di consumo contemporanee, come Nick Hornby, Chuck Klosterman, o Jonathan Coe, a mostrarci che la modalità di fruizione “ossessiva” è quella sicuramente dominante per l'ascolto della musica leggera. Per quanto mi riguarda si tratta di una caratteristica che mi segue dall'infanzia e che, ovviamente, ha trovato i suoi massimi picchi di espressione durante l'adolescenza, quando le mie personali ossessioni – non solo musicali, ma anche letterarie e sentimentali – avevano più che altro la funzione di copertine di Linus, da opporre alle ansie esistenziali che affliggevano me come qualsiasi altro adolescente medio. Nel tempo, con l'avvento dell'età adulta, la mia tendenza al feticismo si è fortunatamente attenuata – o forse ho solo imparato a nasconderla meglio a me stessa. Fatto sta, comunque, che non ne sono ancora completamente immune e a volte non solo mi ritrovo immersa in nuove ossessioni, ma quelle vecchie mi inseguono e riemergono ciclicamente, costringendomi ad interessarmi e a parlare continuamente, oltre che in modo vagamente irritante, di personaggi e artisti di cui tutti speravano mi fossi dimenticata per sempre.

Immagino che queste oscure forze che ancora abitano la mia psiche siano ciò che ultimamente mi ha spinto a seguire Bret Easton Ellis – una tipica ossessione tardo-adolescenziale – su Twitter. Con “seguire” intendo, naturalmente, che ormai una piccola parte di me si alza dal letto ogni mattina sperando di trovare sulla mia home una delle sue pretenziose, annoiate, snobissime osservazioni sugli scandali politico-sessuali statunitensi, gli ultimi blockbuster hollywoodiani, la vita quotidiana con il compagno ventiquattrenne o i protagonisti dei reality show più in voga in questo momento.

La parte migliore è che ciò accade davvero molto spesso, dato che, a quanto pare, Bret Easton Ellis (d'ora in poi BEE) ha capito già da un po' che Twitter è un ottimo mezzo di promozione, soprattutto grazie alla presenza di decine di migliaia di imbecilli i quali reagiscono scandalizzati e privi di humor ai suoi “controversi” tweet, aumentandogli la quota di followers.

[In questo tweet: BEE risponde con grazia e delicatezza ad una tizia che aveva commentato un suo precedente tweet sulle dimissioni di Anthony Weiner. Per spiegazioni riguardanti le categorie di “Empire” e “post-Empire” cercatevi l'articolo su Jersey Shore che Ellis ha scritto per Playboy. Sì, avete capito bene]

Ma non perdiamoci in questioni di social network. Il punto è che, per colpa del rapido e astuto twittare di BEE, mi sono trovata ancora una volta davanti allo schermo del mio computer con la carta di credito in mano a spendere una trentina di euro per recuperare i suoi ultimi tre romanzi, dopo avere passato quattordici anni ad ignorarli consapevolmente. Per essere precisi, il primo divorzio personale da BEE può essere datato al momento in cui una delle più pervasive ossessioni sentimentali della mia vita – uno studente di lingue anglo-ginevrino nevrotico e biondiccio che, ça va sans dire, si riconosceva profondamente negli apatici personaggi di BEE e aveva quindi convinto anche me ad adorarli incondizionatamente – ahimè mi abbandonò, provocando alcuni miei gesti tanto teatrali quanto rigorosamente confinati all'interno della mia immaginazione. Uno di questi fu lo sprezzante (e silenzioso) rifiuto di quanto di letterario avevamo condiviso.

In breve, la mia rediviva ossessione per BEE è nel pieno della sua fioritura, e in realtà la seconda chance che le ho concesso si sta rivelando molto interessante. Prima di tutto ho scoperto che, come prevedibile, egli non è il talentuoso scrittore maledetto che credevo una volta, ma utilizza metafore scontate, immagini ovvie e il suo ultimo romanzo è quasi illeggibile. Tuttavia, accanto a ciò, mi si è rivelata un'altra grande verità, e cioè che sono legata all'amato Bret da una connessione che scavalca la semplicistica questione della qualità della sua scrittura, per raggiungere un livello molto più profondo: quello dove crescono e prosperano le ossessioni personali di ognuno di noi. Ok, temo che nel suo caso ciò abbia qualche risvolto seriamente patologico – oltre che molto redditizio – ma ora preferirei non dare peso ai significati più intimi di questo fatto, per limitarmi invece a riconoscere il nostro comune modo di attaccarci un po' troppo visceralmente a quelli che sono i nostri consumi culturali, e in particolare musicali. (Ecco, ho detto “musicali”, dovrebbe segnalarvi che questo post sta finalmente acquisendo il diritto di essere pubblicato su questo blog).

Credo che sia questa una delle ragioni principali che mi impediscono di buttare i suoi libri nel bidone della carta da riciclo: li leggo, noto con quanta precisione nomi di cantanti e titoli di canzoni vengono legati a personaggi, luoghi, momenti, situazioni, e mi sembra che questa estrema minuziosità non sia solo funzionale a restituire fedelmente lo Zeitgeist degli anni Ottanta reaganiani o del mondo dell'alta moda newyorkese, ma possa essere anche considerata il risultato di ascolti e riflessioni musicali, come dire, ossessivi. Insomma, la sua è una meta-ossessività, un'ossessività al cubo, e io riesco a relazionarmici molto facilmente.

Bret Easton Ellis (© Jeff Burton)
In realtà, molto altro ci sarebbe da dire sul rapporto tra BEE, i suoi romanzi e la musica da classifica. Potrei ora perdermi in un infinito discorso riguardo al ruolo della cultura pop nell'opera ellisiana o all'influenza di Phil Collins sulla mente dei serial killer, ma ho controllato e l'hanno già fatto in parecchi prima di me. Direi che, se veramente vi interessa, potete iniziare consultando questo articolo del Guardian, o questa playlist compilata da Vice Magazine raccogliendo tutta la musica twittata da BEE in dieci mesi, o, ancora, recandovi sul sito ufficiale del suo ultimo romanzo per ascoltare tutte le playlist costruite sui riferimenti musicali contenuti nei suoi libri (la mia preferita, ovviamente, è quella di Glamorama – il suono della mia adolescenza). Vi avverto subito: non è roba per lettori di Pitchfork o ragazzini indie malinconici. Se avete intenzione di avvicinarvi al mondo di BEE dovete anche accettare il fatto che la colonna sonora che vi accompagnerà costantemente contiene quasi solo musica MTV e Billboard approved. Lo dico soprattutto perché questo è un particolare che sembra non smettere mai di ferire a morte la sensibilità degli utenti di Twitter, i quali evidentemente erano convinti che il “vero” BEE, con la sua anima tormentata e maledetta, passasse i pomeriggi chiuso in camera ad ascoltare gli Smiths e Nick Cave. BEE non è Nick Hornby, mi dispiace.

Detto questo, c'è almeno un cantante che ritorna regolarmente, con cui Ellis sembra avere un rapporto duraturo, e che potete ascoltare tutti senza rabbrividire dal disgusto o sentirvi in colpa per avere abbassato il livello dei vostri ascolti. Come forse avrete indovinato si tratta di Elvis Costello, ma il livello della mia ossessione per Bret mi ha fatto esaurire lo spazio universalmente accettato per un post, quindi saremo costretti a parlarne nella prossima puntata.

sabato 2 luglio 2011

Rave on, Buddy!

Buddy Holly. Ovvero: la prima rockstar con gli occhiali. Un dettaglio da non sottovalutare, perché spinse una generazione di ragazzi magari un po' nerd, o semplicemente quattrocchi, a pensare che anche loro potevano imbracciare la chitarra e cantare. Uno di questi, tanto per dire, era John Lennon. Ma da Buddy Holly parte una linea d'influenza che passando dai Beatles a Lou Reed arriva fino ai giorni nostri. La prova è il disco Rave On Buddy Holly, un tributo che conta fra gli interpreti Paul McCartney (che su Buddy Holly ha anche girato un filmino), Lou Reed appunto, Patti Smith, ma anche Black Keys, Modest Mouse e gli She & Him (cuoricino). L'album si può ascoltare in streaming su Soundcloud. Io, poi, su Lou Reed e Buddy Holly ho una mia teoria personale. Secondo me se dal primo disco dei Velvet Underground si tolgono tutti gli arrangiamenti rimangono delle canzoni molto simili a quelle di Buddy Holly. A parte che in canzoni come Sunday Morning il riferimento è evidente. E già che ci sono: sono anche convinto che i Ramones non siano altro che i Beach Boys in versione punk.